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giovedì, 31 marzo 2005

Dopo un lungo silenzio...torniamo con la chiacchierata fatta con Avoledo

L'autore di L'elenco telefonico di Atlandide, Il mare di Bering e Lo stato dell'unione è stato ospite del nostro programma, poche settimane fa. Adesso vi proponiamo l'intervista e le sue "profetiche" risposte...

 

  Alberto Mendini è un uomo colto, ascolta musica raffinata e legge libri. Lui come gli altri protagonisti dei tuoi libri però è un eroe a metà. Si trova in una situazione in cui non vuole trovarsi e non sa bene come comportarsi. Perché questa scelta?
Mi sa che devo partire un po’ da lontano. Allora, da piccolo vedevo un programma di cartoni animati. Non mi ricordo il titolo. So che era in bianco e nero e che la sigla finale la cantava Lucio Dalla. Era presentato da un ragazzo sudamericano coi baffi, che citava spesso la frase di Brecht “sfortunato il paese che ha bisogno di eroi”. Adesso invece giro per Roma o Milano e vedo migliaia di cartelli che parlano di eroi, e di patria. Forse era davvero il tempo di scrivere un libro come “Lo Stato dell’Unione”, il cui protagonista è uno degli “eroi gentili / che vi siete lasciati indietro” di cui parla la poesia recitata dall’assessore Martinelli ai funerali di Igor e Sergio. Vuoi ridere? Qualche giorno fa, parlando di Nicola Calipari, il presidente del Consiglio l’ha definito “eroe gentile”. Aiuto!
Quello che non mi piace degli eroi veri e propri è che passano alla storia, o alla leggenda, nel sangue e nel dolore. Loro o degli altri. Nessuno considera eroi Fleming, o Gandhi. Invece Achille che trascina il cadavere dei nemici dietro il suo cocchio nella polvere è un eroe. Mah.
Comunque sta di fatto che, sotto qualsiasi profilo lo si guardi, Alberto Mendini sicuramente non è un eroe. E’ semplicemente un uomo che per una volta (anzi, per due volte, tenendo conto della Puritan) trova semplicemente il coraggio di comportarsi da uomo morale. Che è una cosa rara, di questi tempi. E’ per questo che sembra un eroe, anche se non lo è. Tanto è vero che non ammazza nessuno...

Un altro personaggio che ci ha colpito è Segaluzza. Nelle prime pagine del libro è dipinto con la stessa fisionomia di Goebbels, zoppo giovane ma malaticcio e scaltro. Anche i suoi discorsi sembrano riecheggiare quelli del ministro della propaganda nazista. Potresti parlarci di più di questo personaggio?
Più che Goebbels avevo in mente un personaggio della mitologia etrusca e poi romana: Tagete, fanciullo nato dai solchi della terra già dotato di saggezza sovrannaturale e coi capelli bianchi. Se non mi confondo con un personaggio di un manga. Segaluzza, anche se all’inizio non lo dà a vedere, è appunto un vecchio-bambino, e in certo modo è anche il Grillo Parlante del Pinocchio Mendini. E’ un funzionario di carriera che si trova a servire un politico pazzo e lo fa con la stessa competenza tecnica con cui lavorerebbe per un capo sano di mente. E’ una condizione umana decisamente più diffusa di quanto non si creda. E’ un tecnico, come lo è Mendini. I tecnici raramente si preoccupano degli aspetti morali di quello che fanno. Compilano moduli che assegnano il Zyklon B alle camere a gas. Autorizzano le spese di trasferta delle squadre della morte. Cose così. Col tempo, scrivendo il romanzo, Segaluzza mi è diventato meno antipatico. Ma alla fine il Grillo Parlante muore comunque, anche se a schiacciarlo è lo stivale col tacco a spillo della Martinelli...

 Oltre agli umani i tuoi libri sono pieni di altri elementi. Gli edifici per esempio sembrano molto importanti. Parlaci un po' di questa passione per l'architettura.
Una ragazza con cui stavo alla fine degli anni ’80 studiava architettura. Ricordo una settimana a Parigi passata a cercare ogni minima opera progettata da Le Corbusier. Cose deprimenti come la sala docce di un dormitorio all’università. Una tettoia. Una casetta in periferia. Cose così. Se vuoi sapere cosa ha costruito Le Corbusier a Parigi chiedi a me. Stando con lei ho imparato a conoscere lo stile di Aldo Rossi, Renzo Piano, Mario Botta... tanto per fare un po’ di namedropping...
Ma più che una passione per l’architettura io ho la fobia degli edifici antichi, o anche solo vecchi. Questa fobia l’ho prestata a suo tempo a Giulio Rovedo, il protagonista de “L’elenco telefonico di Atlantide”. E’ come se i muri antichi mi trasmettessero dei segnali disturbanti, delle onde magnetiche appena sotto la soglia delle percezione. Può darsi che ciò sia collegato al fatto che le donne dal mio lato materno – mia nonna, la mia bisnonna, un po’ anche mia madre – hanno tutte da riferire qualcosa sul lato del paranormale. La mia bisnonna veniva da Erto. Mauro Corona, che è di lì, mi ha detto proprio qualche giorno fa che una donna di quel ramo della mia famiglia, i Buovo Corona (il mondo è piccolo...), era famosa per le sue dote di precognizione, tanto che avrebbe previsto con largo anticipo la distruzione del suo paese, avvenuta col crollo della diga del Vajont nel ’69. E l’avvento dell’emancipazione femminile. Era specializzata in tragedie, come vedi...
Nel mio piccolo anni fa, quando studiavo all’università, ho visto un fantasma. A Trieste, in un palazzo del centro. Era un ragazzo in divisa da ufficiale della Wehrmacht, con indosso un camice bianco. Ci siamo guardati a lungo, attraverso un corridoio in penombra. Ho chiuso gli occhi, e quando li ho riaperti il corridoio non c’era più. C’era una porta chiusa. Sta di fatto che faccio fatica a dormire in un palazzo antico. Quindi, volendo coniare uno slogan, poteri dire che “l’architettura mi fa paura”. Di qui la mia fascinazione per i sotterranei condominiali, per i tunnel dei garage e cose così...
Poi c’è qualcosa di osceno nel fatto che gli edifici sopravvivano ai loro abitanti...
Insomma, è una cosa complessa, non facile da spiegare...
 
Altro elemento che ritorna è la radio. Cosa ti piace di questo mezzo e perchè lo utilizzi così spesso nei tuoi romanzi?
Da piccolo mi ero costruito una radio a galena, che funzionava. Provate a costruire una televisione...
Poi c’erano queste radio vecchie, enormi, col cassone in legno e il pannello della sintonia dove leggevi i nomi di tutte le città d’Europa: Copenhagen, Oslo, Mosca...
La sera passavo ore e ore lavorando con la sintonia fine su una di queste radio antidiluviane. Sentivi un bailamme di suoni, una ridda di voci confuse. Poi di colpo sul rumore di fondo emergeva per qualche attimo un segnale chiaro: una canzone turca, uno speaker che leggeva forse un notiziario in una lingua incomprensibile. La dimensione della Guerra Fredda mi è stata chiara, in quegli anni, ascoltando Radio Bucarest che faceva propaganda anticapitalista in italiano, e le radio occidentali che ricambiavano il servizio...
Quelle voci che andavano e venivano, quella confusione, quella babele di lingue... Tutte le parole che fuggivano via senza poter essere comprese...
La televisione non ha nemmeno un decimo del fascino della radio. E poi c’è questa cosa delle onde radio che si diffondono nello spazio, all’infinito. Sì, okay, è lo stessa cosa anche per la televisione, ma vuoi mettere le voci di Hitler o di Roosevelt che viaggiano nel cosmo con le immagini di “Lascia o raddoppia” e del “Rischiatutto”...?

  Oggi si parla molto della dicotomia tra realtà e fantasia. Bisogna costruire un romanzo affinché sia reale o che sia asservito alle regole della fantasia? Cosa ci permette di dire quest'ultima, quali orizzonti ci permette di scoprire?
Io non riesco a vederla, questa distinzione netta. Potremmo imbarcarci in una bella discussione filosofica su cosa sia la realtà, ma non mi sembra il caso. Sta di fatto che secondo me è impossibile, e del tutto velleitario, ambire a descrivere la realtà. In ogni caso l’autore fa opera di finzione. Per questo non si dovrebbero scrivere fiction su Auschwitz. Per non rischiare di inquinare la realtà storica. O altrimenti, come ha osservato un mio lettore ebreo, puoi farlo come ho fatto io nell’“Elenco telefonico di Atlantide”, dove la finzione era dichiarata e del tutto riconoscibile. Ci sono dei fenomeni storici ai quali il narratore dovrebbe avvicinarsi con le stesse cautele con cui un ricercatore maneggia materiale tossico o radioattivo.
La fantasia... La fantasia è una risorsa dal valore inestimabile. Ogni volta che leggo “Il castello” o “Il processo” di Kafka... o il racconto “La metamorfosi”, se è per questo... scopro aspetti interpretativi del nazismo, che Kafka non ha mai conosciuto, essendo morto fortunatamente prima. Che strano, dire che uno è fortunato a morire prima. Ma è così. La fantasia a volte gioca d’anticipo sulla realtà. E’ questo che mi piace della narrativa fantastica...
 
Ritornando al romanzo questo sembra quello più politico anche se rifuggi da questa definizione. Come lo definiresti allora? "Fantapolitico" va meglio?
Beh, che i miei non siano romanzi “di genere” lo dicono le difficoltà che ho avuto a trovare un editore per il mio primo libro. Politico, “Lo Stato dell’Unione”? Forse, ma non più degli altri. Fantapolitica? Direi di no. Da appassionato del genere faccio fatica a farcelo entrare. Diciamo che è un RGM: un Romanzo Geneticamente Modificato. Ha un po’ di un genere e un po’ dell’altro. Come i romanzi di Vonnegut, se posso osare l’accostamento. Spero che gli dei della letteratura non decidano di fulminarmi per il paragone...

Una curiosità sullo scrittore ora. Sei arrivato a pubblicare abbastanza tardi, forse, ma in tre anni hai sfornato tre romanzi con la R maiuscola. Qual è il tuo rapporto con la scrittura? e come hai iniziato?
Per quanto mi piaccia fare un po’ il paraculo e dire che sono un esordiente assoluto, in realtà ho sempre scribacchiato: poesie, articoli, una decina di inizi di romanzi... Una manciata di racconti illeggibili...
Poi nel 2000 a Pordenone ho frequentato un corso di scrittura, che poi più che altro era un corso di lettura... Lo tenevano Mauro Covacich e Gian Mario Villalta... E in quel corso chi lo voleva poteva scrivere un racconto che poi sarebbe stato valutato dai due insegnanti. Il mio racconto evidentemente piacque, perché davanti a tutti, una sera, Villalta o Covacich (non mi ricordo più chi dei due: vedi perché uso molto la fantasia...?), insomma, uno dei due disse “abbiamo fra di noi uno che è già uno scrittore”. Quella sera non lo sapevano, ma si erano creati un concorrente.
Nel bizzarro cocktail che ha prodotto l’Avoledo scrittore sono poi entrati un soggiorno forzato di due mesi a Milano per lavoro, con nient’altro da fare la sera se non scrivere (l’alternativa era suicidarsi) e soprattutto il personal computer. Quando scrivevo a macchina (prima un’Olivetti lettera 32 e poi una Canon elettrica), sprecavo tempo a limare le frasi, perché non fosse necessario riscriverle. Passavo ore su ogni frase. Ora il PC mi dà molta più libertà. Posso permettermi il lusso di tornare molte volte su una pagina, correggerla, smontarla e rimontarla tre giorni dopo senza far piangere la foresta amazzonica. Anche se David Sedaris, uno scrittore umoristico americano, ha detto che non c’è niente di più bello di scrivere a macchina e buttare nel cestino un foglio dietro l’altro, perché anche se alla sera ti trovi a non aver scritto niente di pubblicabile, perlomeno puoi dire di esserti portato dietro qualche albero...
Insomma, se qualcuno vuole evitare che Avoledo scriva romanzi basta che prenda la macchina del tempo, viaggi nel passato e impedisca la scoperta del personal computer. Oppure uccida i nonni di Covacich e Villalta. Che però magari erano persone simpaticissime.

Un' ultima domanda un po' più criptica per chi non ha letto ancora il libro. Quanto pensi sia reale la minaccia che esponi nel libro? dobbiamo sempre attenderci il peggio?
Un’enciclopedia tedesca del 1932, parlando di Adolf Hitler, lo descriveva più o meno come un “estremista austriaco, autore di un libro intitolato Mein Kampf. Attualmente in galera”. Tre righe. Andate a vedere l’edizione della stessa enciclopedia dell’anno dopo, quando i nazisti sono andati al potere...
Questo per dire che le minacce si rivelano reali o meno solo alla prova dei fatti. Non è detto che dobbiamo sempre attenderci il peggio. Solo che dovremmo essere preparati. Chiederci cosa c’è dietro il sorriso del commerciante, o del politico. Pesare ogni parola che ci viene detta. Verificare ogni fatto. Mai fidarsi. Comunque mi pare che una delle leggi di Murphy dica appunto “se qualcosa può andar male, lo farà”.
E su questa nota di speranza vi saluto.

A cura di Cataldo Bevilacqua e Giulia Taddeo.

postato da: demoni alle ore 11:46 | link | commenti
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